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I invented the night

A novel

1 

12 luglio 2003

Fu come percorrere a ritroso alla velocità della luce il tunnel nel quale era precipitato alla stessa velocità quando si buttò a letto.
Aprì gli occi senza muoversi. Quello che vedeva era un magma roteante abbagliante, in cui tutti gli oggetti e la camera stessa erano fusi assieme, sciolti in un gorgo.
Durò il tempo di una sensazione. Il magma roteante prese istantaneamente le forme che gli erano note: il soffitto bianco col lampadario bianco, la parete rossa con la libreria e i l'insieme dei colori formato da ogni singolo libro, il basso appoggiato contro il mobile, i maglioni inermi afflosciati sul pavimento, le scarpe in fredda attesa, dei fogli sul pavimento bianche porte sulla moquette.
Il sole entrava lattiginoso dalla finestra filtrato dalla tenda bianca. Si accorse del caldo torpore placenteo in cui era avvolto e non si mosse in un tentativo di afferrare un momento di consapevolezza. Era sospeso nella sensazione fisica e mentale del passaggio tra la veglia e la lucidità, del trapasso fra due realtà, o fra due livelli della stessa realtà. Si sentiva scivolare lentamente ma inesorabilmente verso la lucidità, rimpiangendo l'uterino buio che stava lasciando. Percepiva il suo corpo come la membrana di separazione fra due realtà diverse, un'interfaccia fra il sogno ed il concreto, l'interiore e il tangibile.
Era quasi scosso dalla fisicità, dalla materialità degli oggetti nella stanza. Gli sembravano duri, freddi quasi taglienti, ostili.
Una sensazione sgradevole si stava impadronendo di lui e aumentava velocemente. Qualcosa di impellente, che richiedeva un'azione immediata. La vescica era piena e spingeva nel basso ventre, dolorosa.
Si destò con molta fatica e aspettò seduto sul letto, la testa china e le braccia lungo le gambe calde. La stanza era fredda e si rese conto che ormai era approdato completamente alla realtà, quella con gli oggetti ostili.
Un'emicrania lacerante lo percuoteva dietro alla testa. Si giurò velocemente che non avrebbe mai più permesso a sè stesso di bere così tanto.
Fece forza contemporaneamente su braccia e gambe e si alzò non senza temere di cadere.
Si diresse in bagno.
Il bagno era ancora più freddo della camera e il pavimento punzecchiava i piedi che trovarono vellutato riparo sul tappettino. Oh dio... Oh... Oooh... era ancora più doloroso ora liberare la vescica. Lentamente l'addome si rilassava, il liquido fuoriusciva, scorreva, depurava. Improvvisamente una dimensione fisica si impossessò di lui, fu vicino a dirsi che avrebbe potuto iniziare a correre quel giorno.
Avrebbe voluto non smettere di pisciare per godersi ancora un pò quella sensazione di sollievo progressivo, di riacquisto delle sue facoltà fisiche.
Tirò lo sciacquone e, appoggiandosi con entrambe le mani sul lavandino, braccia tese, si guardò allo specchio. Con piacere si stupì ancora una volta di vedersi molto meglio di come si sentiva. Se avesse dovuto esprimere col suo viso e il suo corpo come si sentiva dentro, avrebbe dovuto avere vent'anni in più ed essere afflitto da una qualche grave malattia.
Una luce inaspettata e limpida luccica acquosa ma brillante nei suoi occhi.
Si sciacquò la faccia con acqua gelida, una seconda volta. La pelle si contrae, si tende.
Si guarda una seconda volta nello specchio, la luce negli occhi permane, vivida, energetica. Fa freddo.
Quasi corre in camera, si infila dei calzettoni di lana, i jeans e la maglietta calpestando i fogli riversi sul pavimento.
Improvvisamente gli torna in mente come un'onda da dietro tutto quello che è successo ieri sera, poi ieri pomeriggio, ieri mattina, il giorno prima in un viaggio a ritroso nel tempo che lo porta, nell'arco di una frazione di istante, al momento della sua nascita, per poi ripartire nella direzione opposta e ricongiungersi ad adesso. Era sveglio, aveva ripreso possesso di sè stesso. Ora il futuro gli si stendeva davanti come un tappeto che, partendo da lui, si srotolava in avanti, senza fermarsi. Cosa avrebbe fatto ora? Che cosa avrebbe mangiato per colazione? Come avrebbe impiegato la giornata? E stasera? Il tappeto si srotolava.
Fu in questo momento che si rese conto che qualcosa lo disturbava, un pensiero, una sensazione fuori posto, sgradevole, come qualcosa che sapeva doveva ricordarsi ma di cui non aveva il minimo indizio.
Si concentrò, ma niente. La sensazione restava ma nulla prendeva forma.
Decise di non pensarci e che gli sarebbe venuto in mente nel corso della giornata.
Però la sensazione, forte, persisteva.
Andò in cucina, aprì il frigo e senza pensarci afferrò la marmellata, prese il pane dal tavolo, si sedette e mangiò.
La stanza era immersa in un silenzio irreale che lo colpì. Il sole entrava ancora dalla finestra, la polvere descriveva onde nell'aria fra i raggi come uno sciame di minuscoli insetti sulla luna.
Iniziò a rendersi conto che la sensazione rimastagli da prima era forte, pressante. Era successo qualcosa di inusuale ma non riusciva a identificarlo.
Per la seconda volta in questa giornata percorse a ritroso il passato e tentò di ripercorrere ogni cosa che aveva fatto dal momento in cui si era svegliato.
Aprì gli occhi, si sedette sul letto, si alzò, andò in bagno, pisciò, tirò l'acqua... l'acqua... forse non ho tirato l'acqua!
Si alzò e andò a vedere. L'acqua era stata tirata, era limpida, pulita, ferma sul fondo del water. Strano! pensò. Era sicuro di averla tirata, si ricordava esattamente di averlo fatto, ma siccome è una di quelle azioni che ha fatto migliaia di volte, pensa di potersi confondere col pensiero automatizzato di averlo fatto.
Tornò in cucina, riprese a mangiare pensieroso.
Perchè gli pareva ancora che mancasse qualcosa?
Si concentrò sull'istante esatto e le sensazioni precise del momento in cui ha abbassatto la levetta e l'acqua è scorsa e d'improvviso, irrigidendosi completamente e spalancando gli occhi, si rese conto che quello che mancava era il rumore dell'acqa che scorre a sostituire.
Come poteva essere? Si ricordava del suono dello scroscio interminabile e potente della sua pisciata, dell'elastico delle mutande che torna ad aderire vigoroso contro il ventre. Si ricordava del rumore dell'acqua gelida che usciva dal rubinetto quando si è sciacquato il viso, si ricorda i cementosi rumori del lavandino che, sotto al suo peso, si mosse lievemente assestandosi quando si appoggiò ad esso. Si ricordava perfino il rumore dei suoi capelli che, chinandosi sul lavandino a raccogliere le mani piene d'acqua, strusciarono contro la tavoletta portaoggetti appena sotto lo specchio, in una quotidiana e automatica piccola fortuna di non sbatterci mai la fronte contro, questione di millimetri.
Si ricordava del rumoroso meccanismo dello sciacquone. Ma non si ricordava del rumore dello scorrimento dell'acqua. È come se a quel punto qualcuno avesse abbassato il volume della vita a zero per poi rialzarlo pochi istanti dopo.
Corse nuovamente in bagno e provò a tirare l'acqua. C'era tutto, tutti i rumori erano al loro posto, acqua compresa. Scorreva a getto rimbalzando di parete in parete e risucchiando altrove l'aria, pretendendo di portare via qualcosa. Scorreva, gorgogliava, schiumava, zampillava e gocciolava. Era tutto normale.
Si guardò intorno lentamente, vide il bagno e gli oggetti. Tutto regolare.

Un'inquietudine incomprensibile, ma che nei giorni a seguire avrebbe rappresentato un tassello fondamentale della sua vita, lo seguì per tutto il resto del giorno.
posted by paquito  # 4:28:00 pm
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