4 agosto 2003
Era una giornata grigia, caliginosa ma calda, un caldo anomalo, opprimente, malsano. Tutto era immobile, fermo. Sembrava che qualsiasi possibile vitalità che percorre di solito ogni forma di vita quel giorno avesse cessato di esistere. Sembrava che ogni corpo, animato e non, fosse stato privato improvvisamente, durante la notte precedente, di ogni scossa vitale, di ogni vibrazione.
Decise di andare al mare, a vedere, sentire il mare, forma vitale ed energica in movimento.
Se ne rese conto da lontano, quando era ancora a un paio di chilometri dalla spiaggia dove è sovente camminare, la sua preferita.
Lo vide da incima la collina e avvertì immediatamente l’immobilità, il silenzio, la lividezza di quel mare che solitamente è energico, tumultuoso, vivo, selvaggio.
Un’angoscia profondissima lo fece barcollare.
Gli uccelli che di solito gridano, che volano in ardite acrobazie, che sembrano parte del mare, che giocano col vento non c’erano. O meglio, erano presenti, ma perfettamente immobili, a terra, fermi. Un velo di tristezza gravava su quelle figure di solito maestose, orgogliose delle loro capacità aeronautiche, quasi beffardi.
La loro immobilità era sovrannaturale. Perfino il piumaggio, solitamente bianco come la schiuma nella sommità delle onde, sembrava cupo, sporco, tutt’altro che ottimistico e vitale.
Il mare era immobile, piatto, grigio. Sembrava di guardare un’enorme pozzanghera sporca in una strada di quartiere. L’orizzonte era una linea dritta, scura, quasi nera.
Il contrasto col cielo era impressionante. Un cielo come se ne sono visti tanti in passato. Non particolarmente bello o limpido, ma un cielo grigio, con le nuvole basse e minacciose che si muovevano lentamente, ma si muovevano.
Era forse proprio questo contrasto fra il cielo, seppur in pigra attività, ed il mare in totale stagnazione a risultare così ultraterreno.
Sembrava che il mare si fosse fermato.
Osservarlo era uno spettacolo devastante, quasi ipnotizzante.
Sul bagnasciuga, una volta sulla spiaggia, si era raccolta una discreta folla di persone, tutti intenti ad osservare il mare.
Nessuno osava parlare, c’era un silenzio di tomba. Un silenzio che si addice ad un funerale, alla celebrazione di una morte.
I visi delle persone erano sconvolti, rassegnati. Perfino i bambini erano attoniti, magari senza rendersi conto del significato preciso di quello a cui stavano assistendo, ma avvertendo istintivamente che qualcosa di molto grave stava accadendo, un pò come i gabbiani sul litorale.
C’era una singolare unione fra le persone presenti. Tutti stavano vivendo lo stesso dramma terribile.
Il mare era lì, ai loro piedi, piatto. L’acqua torbida appariva ferma come non mai. Non emetteva suono alcuno e niente pareva muoversi.
Niente scroscio, niente croccante riassorbirsi dell’acqua salina nella sabbia, niente rombi lontani, niente ritmo, niente pulsare.
Niente vita.
Il cielo velato di un grigio colloidale, denso. Il sole una pallida pallina da ping pong, stanca, patetica.
Non resistette a lungo di fronte a quello spettacolo e, camminado lentamente, si diresse verso casa.
Fissando il cemento appena di fronte ai suoi piedi si sforzò di ricordare, in 25 anni, quante altre volte gli era successo di vedere un mare così particolarmente calmo.
Non trovò risposta.
Accelerando il passo raggiunse casa e, senza nemmeno chiudere la porta dietro di sè, affannato, la chiamò.
“Cosa ti è successo, sei sconvolto!”
“C’è qualcosa che non va.”
“Cosa?”
“Non lo so... è come se ci fosse qualcosa di sbagliato...”
“Dove? A cosa ti riferisci? Ti senti male?”
“No... bè... non sto bene, ma... è difficile da spiegare... Sono sensazioni... c’è qualcosa che non va...”
“...”
“...ti ricordi l’altro giorno al parco? Quella cosa degli aquiloni che non volavano?”
“Si.”
“So che può sembrare stupido pensarci ancora, che era semplicemente uno scherzo del vento, ma mi ha lasciato una strana sensazione che non riesco a decifrare...”
“Anch’io mi sono trovata a ripensarci ma l’unica spiegazione logica è che il vento, in quel momento, aveva smesso per un momento di soffiare, tutto qui!”
“Lo so... ma è qualcosa che non ha nulla a che fare con la logica... è una sensazione, una percezione...”
“Credo che ci sia parecchio da discutere sulle percezioni...”
“Cosa intendi?”
“Che il modo in cui percepiamo le cose dipende da come siamo e da come stiamo, da chi siamo... è soggettivo... e variabile nel tempo...”
“Certo... sto solo dicendo che mi sento strano. Oggi sono stato al mare e... è stato terribile...”
“Cos’è successo?”
“Era... piatto, fermo, livido... sembrava morto!”
“Capitano giorni come questo, tut...”
“No! Sono 25 anni che vado al mare regolarmente con tutte le condizioni atmosferiche, ma non ho mai visto nulla del genere!”
“Ma cosa hai visto?”
“Era morto, scuro... c’era altra gente, erano tutti paralizzati.”
“Hai parlato con qualcuno?”
“No.”
“Forse sei solo stanco.”
“Ora vado.”
“...ok...”
“Ciao.”
“...”