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I invented the night

A novel

1 

12 luglio 2003

Fu come percorrere a ritroso alla velocità della luce il tunnel nel quale era precipitato alla stessa velocità quando si buttò a letto.
Aprì gli occi senza muoversi. Quello che vedeva era un magma roteante abbagliante, in cui tutti gli oggetti e la camera stessa erano fusi assieme, sciolti in un gorgo.
Durò il tempo di una sensazione. Il magma roteante prese istantaneamente le forme che gli erano note: il soffitto bianco col lampadario bianco, la parete rossa con la libreria e i l'insieme dei colori formato da ogni singolo libro, il basso appoggiato contro il mobile, i maglioni inermi afflosciati sul pavimento, le scarpe in fredda attesa, dei fogli sul pavimento bianche porte sulla moquette.
Il sole entrava lattiginoso dalla finestra filtrato dalla tenda bianca. Si accorse del caldo torpore placenteo in cui era avvolto e non si mosse in un tentativo di afferrare un momento di consapevolezza. Era sospeso nella sensazione fisica e mentale del passaggio tra la veglia e la lucidità, del trapasso fra due realtà, o fra due livelli della stessa realtà. Si sentiva scivolare lentamente ma inesorabilmente verso la lucidità, rimpiangendo l'uterino buio che stava lasciando. Percepiva il suo corpo come la membrana di separazione fra due realtà diverse, un'interfaccia fra il sogno ed il concreto, l'interiore e il tangibile.
Era quasi scosso dalla fisicità, dalla materialità degli oggetti nella stanza. Gli sembravano duri, freddi quasi taglienti, ostili.
Una sensazione sgradevole si stava impadronendo di lui e aumentava velocemente. Qualcosa di impellente, che richiedeva un'azione immediata. La vescica era piena e spingeva nel basso ventre, dolorosa.
Si destò con molta fatica e aspettò seduto sul letto, la testa china e le braccia lungo le gambe calde. La stanza era fredda e si rese conto che ormai era approdato completamente alla realtà, quella con gli oggetti ostili.
Un'emicrania lacerante lo percuoteva dietro alla testa. Si giurò velocemente che non avrebbe mai più permesso a sè stesso di bere così tanto.
Fece forza contemporaneamente su braccia e gambe e si alzò non senza temere di cadere.
Si diresse in bagno.
Il bagno era ancora più freddo della camera e il pavimento punzecchiava i piedi che trovarono vellutato riparo sul tappettino. Oh dio... Oh... Oooh... era ancora più doloroso ora liberare la vescica. Lentamente l'addome si rilassava, il liquido fuoriusciva, scorreva, depurava. Improvvisamente una dimensione fisica si impossessò di lui, fu vicino a dirsi che avrebbe potuto iniziare a correre quel giorno.
Avrebbe voluto non smettere di pisciare per godersi ancora un pò quella sensazione di sollievo progressivo, di riacquisto delle sue facoltà fisiche.
Tirò lo sciacquone e, appoggiandosi con entrambe le mani sul lavandino, braccia tese, si guardò allo specchio. Con piacere si stupì ancora una volta di vedersi molto meglio di come si sentiva. Se avesse dovuto esprimere col suo viso e il suo corpo come si sentiva dentro, avrebbe dovuto avere vent'anni in più ed essere afflitto da una qualche grave malattia.
Una luce inaspettata e limpida luccica acquosa ma brillante nei suoi occhi.
Si sciacquò la faccia con acqua gelida, una seconda volta. La pelle si contrae, si tende.
Si guarda una seconda volta nello specchio, la luce negli occhi permane, vivida, energetica. Fa freddo.
Quasi corre in camera, si infila dei calzettoni di lana, i jeans e la maglietta calpestando i fogli riversi sul pavimento.
Improvvisamente gli torna in mente come un'onda da dietro tutto quello che è successo ieri sera, poi ieri pomeriggio, ieri mattina, il giorno prima in un viaggio a ritroso nel tempo che lo porta, nell'arco di una frazione di istante, al momento della sua nascita, per poi ripartire nella direzione opposta e ricongiungersi ad adesso. Era sveglio, aveva ripreso possesso di sè stesso. Ora il futuro gli si stendeva davanti come un tappeto che, partendo da lui, si srotolava in avanti, senza fermarsi. Cosa avrebbe fatto ora? Che cosa avrebbe mangiato per colazione? Come avrebbe impiegato la giornata? E stasera? Il tappeto si srotolava.
Fu in questo momento che si rese conto che qualcosa lo disturbava, un pensiero, una sensazione fuori posto, sgradevole, come qualcosa che sapeva doveva ricordarsi ma di cui non aveva il minimo indizio.
Si concentrò, ma niente. La sensazione restava ma nulla prendeva forma.
Decise di non pensarci e che gli sarebbe venuto in mente nel corso della giornata.
Però la sensazione, forte, persisteva.
Andò in cucina, aprì il frigo e senza pensarci afferrò la marmellata, prese il pane dal tavolo, si sedette e mangiò.
La stanza era immersa in un silenzio irreale che lo colpì. Il sole entrava ancora dalla finestra, la polvere descriveva onde nell'aria fra i raggi come uno sciame di minuscoli insetti sulla luna.
Iniziò a rendersi conto che la sensazione rimastagli da prima era forte, pressante. Era successo qualcosa di inusuale ma non riusciva a identificarlo.
Per la seconda volta in questa giornata percorse a ritroso il passato e tentò di ripercorrere ogni cosa che aveva fatto dal momento in cui si era svegliato.
Aprì gli occhi, si sedette sul letto, si alzò, andò in bagno, pisciò, tirò l'acqua... l'acqua... forse non ho tirato l'acqua!
Si alzò e andò a vedere. L'acqua era stata tirata, era limpida, pulita, ferma sul fondo del water. Strano! pensò. Era sicuro di averla tirata, si ricordava esattamente di averlo fatto, ma siccome è una di quelle azioni che ha fatto migliaia di volte, pensa di potersi confondere col pensiero automatizzato di averlo fatto.
Tornò in cucina, riprese a mangiare pensieroso.
Perchè gli pareva ancora che mancasse qualcosa?
Si concentrò sull'istante esatto e le sensazioni precise del momento in cui ha abbassatto la levetta e l'acqua è scorsa e d'improvviso, irrigidendosi completamente e spalancando gli occhi, si rese conto che quello che mancava era il rumore dell'acqa che scorre a sostituire.
Come poteva essere? Si ricordava del suono dello scroscio interminabile e potente della sua pisciata, dell'elastico delle mutande che torna ad aderire vigoroso contro il ventre. Si ricordava del rumore dell'acqua gelida che usciva dal rubinetto quando si è sciacquato il viso, si ricorda i cementosi rumori del lavandino che, sotto al suo peso, si mosse lievemente assestandosi quando si appoggiò ad esso. Si ricordava perfino il rumore dei suoi capelli che, chinandosi sul lavandino a raccogliere le mani piene d'acqua, strusciarono contro la tavoletta portaoggetti appena sotto lo specchio, in una quotidiana e automatica piccola fortuna di non sbatterci mai la fronte contro, questione di millimetri.
Si ricordava del rumoroso meccanismo dello sciacquone. Ma non si ricordava del rumore dello scorrimento dell'acqua. È come se a quel punto qualcuno avesse abbassato il volume della vita a zero per poi rialzarlo pochi istanti dopo.
Corse nuovamente in bagno e provò a tirare l'acqua. C'era tutto, tutti i rumori erano al loro posto, acqua compresa. Scorreva a getto rimbalzando di parete in parete e risucchiando altrove l'aria, pretendendo di portare via qualcosa. Scorreva, gorgogliava, schiumava, zampillava e gocciolava. Era tutto normale.
Si guardò intorno lentamente, vide il bagno e gli oggetti. Tutto regolare.

Un'inquietudine incomprensibile, ma che nei giorni a seguire avrebbe rappresentato un tassello fondamentale della sua vita, lo seguì per tutto il resto del giorno.
posted by paquito  # 4:28:00 pm (0) comments

2 

27 luglio 2003

Quel giorno la incontrò.

Il sole tiepido ma deciso del tardo pomeriggio riscaldava l’aria. Il cielo terso di un blu entusiasmante. L’aria era gentilmente mossa da una lieve brezza tiepida.
Era una di quelle giornate in cui non ci si può piangere addosso, in cui non si hanno scuse, se non sè stessi, per la propria inattività.
Era anche una di quelle giornate in cui è legittimo sentirsi felici solo gioendo di una passeggiata con le mani in tasca, guardandosi attorno, senza una meta precisa e un luogo da raggiungere nel più breve tempo possibile.
Molta gente, quel giorno, incontrandosi, si disse che la si poteva considerare una giornata climaticamente perfetta.
Peccato che, essendo un giorno lavorativo, molte persone si trovavano troppo impegnate per fruirne secondo i propri ritmi.
Rincasato in quell’ora in cui la luce del sole sembra un sottile velo di caramello ambrato che si posa sulle superfici dei tetti, degli alberi, delle auto, delle strade scoprì un messaggio in segreteria telefonica.
Era un suo amico che gli chiedeva se, quella sera, gli avrebbe fatto piacere andare ad una festa. La proposta lo entusiasmò e gli sembrò l’ideale in una giornata così bella.
Anche lui, come molti altri quel giorno, si sentiva energico e ricaricato, ottimista, positivo grazie alla splendida giornata e l’idea di sprecarla standosene dentro casa lo faceva rabbrividire.
Anche la serata continuò magnificamente, con la temperatura che sembrava aumentare col passare delle ore.
Il ritrovo era in una casa col giardino, non troppo lontana da casa sua.
Quando arrivò si stupì di trovare molta più gente di quella che aveva immaginato.
In giardino erano state sistemate delle luci e alcune candele illuminavano un paio di tavoli di legno dove alcune persone stavano chiacchierando e bevendo birra dalle lattine.
La porta d’entrata era aperta ed entrò in casa.
“Shiny shiny, shiny boots of leather…”. La musica dei Velvet Underground lo accolse.
Attraverso il corridoio si recò in cucina dove trovò l’amico che aveva lasciato il messaggio in segreteria. Si salutarono, scambiarono quattro parole e le prime lattine vennero aperte.
L’estate era presente in tutte le sue forme quella sera.
Tutti quelli con cui aveva parlato fino ad ora si erano stupiti di quanto velocemente e radicalmente la temperatura fosse aumentata quella sera.
Una piacevole giornata di fragrante tepore ventilato aveva lasciato ora il posto ad una sera molto calda e pesantemente umida.
In cielo una luna enorme e bassa all’orizzonte, rosso cupo, quasi sinistra gravava sulla città.
Una strana, pesante quiete avvolgeva ogni cosa e quasi si aveva la sensazione di essere immersi in una sostanza colloidale, viscosa.
Con la sua birra in mano passò dalla cucina troppo affollata e rumorosa al salotto passando per l’ampio corridoio dove si affacciavano due camere da letto, entrambe aperte e con diverse persone all’interno che ascoltavano musica e parlavano.
Nell’ampio salotto affacciato sul giardino le due grandi porte finestre erano aperte creando una continuità con l’esterno. La gente andava e veniva con bicchieri e lattine in mano e lo stereo continuava a celebrare i Velvet Underground.
Vide, seduta su uno dei divani, una ragazza che conosceva e decise di sedersi vicino a lei dopo averla salutata. Non avevano mai avuto occasione di parlare assieme a lungo ma, nei brevi incontri, si erano sempre salutati manifestando una simpatia reciproca.
Una volta appostato tirò fuori il necessario per confezionare una canna e con calma si mise al lavoro mentre discorreva amabilmente di esami, corsi, materie, professori e quant’altro.
Dopo qualche minuto una ragazza si siede sul divano vicino all’amica la quale presenta i due: “Piacere”.
Appena le strinse mano e si soffermò a guardarla negli occhi si rese conto di essere colpito dalla sua bellezza. Ebbe una forte sensazione di star stringendo la mano ad una persona eccezionale, che lo stupiva per la positività e tranquillità che gli trasmetteva. Sembrava che stesse perfettamente a suo agio con la situazione, le persone. Con il mondo.
Dopo cinque minuti di conversazione a tre l’amica si alzò per recarsi in cucina a procurare da bere, lasciandoli vicini sul divano.
Molto naturalmente continuarono a parlare, divergendo la conversazione da argomenti molto generici a cose leggermente più personali. Lui azzardò di chiederle se apprezzava la musica e lei disse che ama i Velvet Underground.
In un battibaleno passò quasi un’ora in cui si ritrovarono a discutere di musica e libri, film e luoghi.
Lo impressionò soprattutto il fatto che il loro modo di interagire non si basava sul tentativo di auto dipingersi per apparire persone interessanti e intellettualmente attive a tutti i costi, ma anzi, era uno spontaneo e genuino interesse reciproco.
Entrambi si sentivano a loro agio e mentre parlavano intensamente, rispettando e non temendo i silenzi, tutto il resto era sparito.
Al termine della festa lui l’accompagnò a casa e notarono insieme quanto la notte fosse diventata incredibilmente calda e umida.
Si diedero la buonanotte e si baciarono dolcemente.
Quella notte entrambi non dormirono bene. Il caldo soffocante, eccessivo, anomalo e l'elettricità dell'innamoramento lo impedirono.
posted by paquito  # 4:27:00 pm (0) comments

3 

1 agosto 2003

Dopo averla chiamata quel pomeriggio si videro per un caffè.
Era la seconda volta che si vedevano dopo quella sera alla festa e appena si incontrarono si diedero un timido bacio sulle labbra.
L’istante immediatamente successivo al bacio lui si soffermò per un impercettibile attimo, ancora con la testa leggermente inclinata di lato, a contemplarla. Era come se volesse immobilizzare, catturare per un brevissimo attimo quel momento.
Lei notò nella stessa frazione di secondo che il loro guardo si era incrociato e intravvide nei suoi occhi l’immobile profondità di un momento tanto sfuggevole quanto perfetto.
Non poteva esserci migliore inizio per un incontro pomeridiano che sarebbe continuato chiacchierando e con la loro prima, reciproca esplorazione.
In qualità di osservatori esterni non possiamo che ritirarci momentaneamente per non svilire con parole inadatte un tale momento e ritrovarli all’uscita del caffè, sorridenti, sereni.
Continuando a parlare e a raccontarsi si diressero istintivamente e senza previa decisione verso il parco, lentamente, di comune, silente accordo.
Erano circa le 18 e il sole stava cominciando la sua lenta procedura di rientro, consistente e rassicurante, abbagliante alle loro spalle, le loro ombre proiettate lunghe, stese ai loro piedi.
La città sembrava contemplare a sua volta il sole, si poteva quasi sentire una correlazione fra i due. Le colline e i tetti, le persone e gli uccelli erano accomunati da questa luce straordinaria, che aveva il potere di proiettare la loro ombra.
Una brezza leggera in città era come di consueto divenuta un vento intenso una volta giunti nello spazio aperto del parco, ora animato da un buon numero di persone.
Camminarono su un sentiero, avanzando senza meta verso l’alto.
Gli alberi frusciavano vigorosamente e i gabbiani sfrecciavano veloci lateralmente con le ali contratte e il ventre colorato d’arancione dal sole.
Raggiunsero la sommità di un piccolo promontorio ricoperto da un’erba molto bassa e fitta, abituata a resistere sotto le raffiche del vento.
Una volta seduti il panorama si apriva in tutta la sua vastità. Il cielo, il mare, gli alberi, le colline, la città. Era tutto lì, ai loro piedi.
Appena sotto una distesa d’erba da dove avevano cominciato la loro salita si apriva enormemente verde. Le persone minute in lontananza intente nelle più disparate attività. Chi stava disteso al sole da solo, chi in gruppo, chi mangiando panini, chi leggendo, ascoltando musica, correndo, parlando.
Come al solito in quella zona c’erano diverse persone con aquiloni, alcuni dei quali anche molto grandi.
La loro serenità nel sentirsi osservatori e parte al tempo stesso di una tale bellezza li permeava donando loro un tepore rassicurante, una tranquillità conteplativa.
Ora stavano parlando poco, si scambiarono un tenero lungo bacio, solo le labbra a creare un contatto.
Dei gabbiani volarono molto vicini a loro urlando forte ed entrambi furono sorpresi dalla cosa. Risero.
Lui si perse col sorriso sulle labbra seguendo i suoi pensieri e le sue emozioni in un dedalo fatto di immagini belle, di cose, persone, volti, luoghi.
Lei respirò profondamente cercando, senza riuscire, di non chiedersi se la persona in fianco a lei fosse Lui.
Entrambi sapevano cosa stava provando l’altro e a loro volta stavano vivendo in prima persona una rivoluzione.
Immediatamente la sua attenzione fu catturata, dapprima in maniera quasi inconscia, dal fatto che, in quel momento, tutti gli aquiloni giù al parco nella spianata d’erba fossero a terra, fermi.
Questa immagine, apparentemente insignificante, progressivamente si insinuò fra i suoi pensieri sempre più insistente finchè, con un veloce scatto nervoso, si tirò su quasi si fosse accorto improvvisamente di qualcosa di importante.
Lei gli chiese cosa avesse visto e lui non disse niente non riuscendo ancora a formulare in pensieri questa strana, stridente immagine.
Era una giornata ventosa come mille altre e gli aquiloni non stavano volando.
Cercò di osservare con attenzione accuendo la vista le persone che in lontananza si davano da fare per cercare di far decollare i loro aquiloni.
Per un attimo ebbe come l’impressione che tutti gli aquiloni del parco, improvvisamente, avessere contemporaneamente smesso di volare.
Si sentì fortemente inquietato da questa immagine e disse distrattamente: “Gli aquiloni...”
Si alzò anche lei e, portandosi una mano alla fronte per ripararsi dal sole, guardò nella direzione in cui lui stava guardando.
Chiese cosa ci fosse di strano con gli aquiloni.
“Non volano”.
“Bè, si vede che giù non c’è vento in questo momento”.
“Gli aquiloni volano anche con pochissimo vento e oggi è una giornata ventosa... Non ti sembra che ci sia qualcosa di strano nel guardare una decina di aquiloni, tutti immobili in terra come nella giornata con meno vento dell’anno?”
Subito dopo aver detto queste parole gli sembrò che i proprietari degli aquiloni si guardassero attoniti l’uno con l’altro. Ne vide due vicini scambiarsi delle battute e gesticolare, ma ovviamente non sentì nemmeno il suono delle loro parole a causa della lontananza.
Si risedettero, ma senza distogliere lo sguardo da quella scena assurda.
Lui propose di andare giù a vedere, a sentire se c’era il vento oppure no, a dissipare questa bizzarra immagine dalle loro menti.
Mentre discuterono gli aquiloni si alzarono e molti di loro lo fecero proprio nello stesso istante, cogliendo impreparato chi sentì improvvisamente la corda flettersi e tirare nervosamente fra le dita.
Qualcuno srotolò nuovamente la corda e tornò a far volare il proprio aquilone, inspiegabilmente incapace di volare appena mezz’ora prima.
“Hai notato?” Disse lui con calma.
“È come se la vita fosse tornata improvvisamente in quel pezzo d’erba...”. ribattè lei.
Si girò quasi di scatto a fissarla incredulo di quello che aveva appena sentito.
Era riuscita a dire esattamente quello che ero successo, quello che lui percepiva ma a cui non riusciva a dare una forma.
“È come se la vita fosse tornata improvvisamente...” ripetè pensieroso.
Da lì in poi fu un susseguirsi di teorie per spiegare quello a cui avevano appena assistito e, nonostante apparentemente fosse una cosa spiegabile dalla semplice momentanea assenza di vento in una particolare area di una zona molto vasta, restò in entrambi una sensazione di inspiegabile, di bizzarro, di anomalo.
Ne risero, ma entrambi, prima di addormentarsi ci pensarono, come un segmento sfocato in una giornata di palpitanti emozioni.
posted by paquito  # 4:25:00 pm (0) comments

4 

4 agosto 2003

Era una giornata grigia, caliginosa ma calda, un caldo anomalo, opprimente, malsano. Tutto era immobile, fermo. Sembrava che qualsiasi possibile vitalità che percorre di solito ogni forma di vita quel giorno avesse cessato di esistere. Sembrava che ogni corpo, animato e non, fosse stato privato improvvisamente, durante la notte precedente, di ogni scossa vitale, di ogni vibrazione.
Decise di andare al mare, a vedere, sentire il mare, forma vitale ed energica in movimento.
Se ne rese conto da lontano, quando era ancora a un paio di chilometri dalla spiaggia dove è sovente camminare, la sua preferita.
Lo vide da incima la collina e avvertì immediatamente l’immobilità, il silenzio, la lividezza di quel mare che solitamente è energico, tumultuoso, vivo, selvaggio.
Un’angoscia profondissima lo fece barcollare.
Gli uccelli che di solito gridano, che volano in ardite acrobazie, che sembrano parte del mare, che giocano col vento non c’erano. O meglio, erano presenti, ma perfettamente immobili, a terra, fermi. Un velo di tristezza gravava su quelle figure di solito maestose, orgogliose delle loro capacità aeronautiche, quasi beffardi.
La loro immobilità era sovrannaturale. Perfino il piumaggio, solitamente bianco come la schiuma nella sommità delle onde, sembrava cupo, sporco, tutt’altro che ottimistico e vitale.
Il mare era immobile, piatto, grigio. Sembrava di guardare un’enorme pozzanghera sporca in una strada di quartiere. L’orizzonte era una linea dritta, scura, quasi nera.
Il contrasto col cielo era impressionante. Un cielo come se ne sono visti tanti in passato. Non particolarmente bello o limpido, ma un cielo grigio, con le nuvole basse e minacciose che si muovevano lentamente, ma si muovevano.
Era forse proprio questo contrasto fra il cielo, seppur in pigra attività, ed il mare in totale stagnazione a risultare così ultraterreno.
Sembrava che il mare si fosse fermato.
Osservarlo era uno spettacolo devastante, quasi ipnotizzante.
Sul bagnasciuga, una volta sulla spiaggia, si era raccolta una discreta folla di persone, tutti intenti ad osservare il mare.
Nessuno osava parlare, c’era un silenzio di tomba. Un silenzio che si addice ad un funerale, alla celebrazione di una morte.
I visi delle persone erano sconvolti, rassegnati. Perfino i bambini erano attoniti, magari senza rendersi conto del significato preciso di quello a cui stavano assistendo, ma avvertendo istintivamente che qualcosa di molto grave stava accadendo, un pò come i gabbiani sul litorale.
C’era una singolare unione fra le persone presenti. Tutti stavano vivendo lo stesso dramma terribile.
Il mare era lì, ai loro piedi, piatto. L’acqua torbida appariva ferma come non mai. Non emetteva suono alcuno e niente pareva muoversi.
Niente scroscio, niente croccante riassorbirsi dell’acqua salina nella sabbia, niente rombi lontani, niente ritmo, niente pulsare.
Niente vita.
Il cielo velato di un grigio colloidale, denso. Il sole una pallida pallina da ping pong, stanca, patetica.
Non resistette a lungo di fronte a quello spettacolo e, camminado lentamente, si diresse verso casa.
Fissando il cemento appena di fronte ai suoi piedi si sforzò di ricordare, in 25 anni, quante altre volte gli era successo di vedere un mare così particolarmente calmo.
Non trovò risposta.
Accelerando il passo raggiunse casa e, senza nemmeno chiudere la porta dietro di sè, affannato, la chiamò.
“Cosa ti è successo, sei sconvolto!”
“C’è qualcosa che non va.”
“Cosa?”
“Non lo so... è come se ci fosse qualcosa di sbagliato...”
“Dove? A cosa ti riferisci? Ti senti male?”
“No... bè... non sto bene, ma... è difficile da spiegare... Sono sensazioni... c’è qualcosa che non va...”
“...”
“...ti ricordi l’altro giorno al parco? Quella cosa degli aquiloni che non volavano?”
“Si.”
“So che può sembrare stupido pensarci ancora, che era semplicemente uno scherzo del vento, ma mi ha lasciato una strana sensazione che non riesco a decifrare...”
“Anch’io mi sono trovata a ripensarci ma l’unica spiegazione logica è che il vento, in quel momento, aveva smesso per un momento di soffiare, tutto qui!”
“Lo so... ma è qualcosa che non ha nulla a che fare con la logica... è una sensazione, una percezione...”
“Credo che ci sia parecchio da discutere sulle percezioni...”
“Cosa intendi?”
“Che il modo in cui percepiamo le cose dipende da come siamo e da come stiamo, da chi siamo... è soggettivo... e variabile nel tempo...”
“Certo... sto solo dicendo che mi sento strano. Oggi sono stato al mare e... è stato terribile...”
“Cos’è successo?”
“Era... piatto, fermo, livido... sembrava morto!”
“Capitano giorni come questo, tut...”
“No! Sono 25 anni che vado al mare regolarmente con tutte le condizioni atmosferiche, ma non ho mai visto nulla del genere!”
“Ma cosa hai visto?”
“Era morto, scuro... c’era altra gente, erano tutti paralizzati.”
“Hai parlato con qualcuno?”
“No.”
“Forse sei solo stanco.”
“Ora vado.”
“...ok...”
“Ciao.”
“...”
posted by paquito  # 4:24:00 pm (0) comments

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